Ogni epoca ha la sua torre
96/03.04 Giornale di Brescia -IT
Nuove e vecchie costruzioni hanno cambiato nel tempo il volto e le propórzioni
della città
Ogni epoca ha la sua torre
Dal Broletto al Crystal Palace, ora il camino del termoutilizzatore
Se da qualche tempo non vi capita di scorrere nella vostra auto lungo le vie di Brescia Due non avrete avuto lo shock improvviso di vedervi sorgere davanti agli occhi, improvvisamente, spuntata dal nulla in un battibaleno, come un immane fungo, una colonna di cemento armato che bisogna sporgersi in contorsione verso il parabrezza per cogliere fino sulla sommità, che si perde sfumata, come bruma fra le brume dei lattei cieli estivi. È il grande camino Asm per la grande macchina che digerirà i nostri rifiuti: 120 metri di altezza. Questa torre, che costituisce il record per un edificio bresciano, si erge ormai ad annunciare la città per chi vi giunga dalle autostrade e il Crystal Palace è passato in secondo piano, pur mantenendo per ora il fascino della sua pelle luminescente e così dialogante con le luci, i co1ori, i bagliori, le nuvole del cielo circostante. Il proliferare di edifici alti nella zona sud della città, dopo l'inutile battaglia emotiva contro i 130 metri iniziali del palazzo di Bruno Fedrigolli e contro la bellissima forma del primo progetto, il tabù si è rotto, come era prevedibile e come è anche inevitabile. Si vede ormai, guardando la città da nord, sorgere una nuova Brescia turrita e con un profilo quasi da S. Gimignano, benché in scala moltiplicata. Alla cupola del Duomo Nuovo si era aggiunto negli anni Trenta il cosiddetto grattacielo di piazza della Vittoria, solo 60 metri di altezza. In effetti il progettista Piacentini lo chiamava, più italianamente, torrione. Ma, dopo alcuni alti condomini degli anni '60, è nella nuova città a sud della ferrovia che ha trovato humus adatto, accanto agli elementi tecnologici come le ciminiere per il teleriscaldamento, il modernismo delle grandi concentrazioni edilizie che non possono sprecare terreno. Dovrebbero essere contenti di questo fenomeno anche i piangenti sulle disgrazie della città moderna, considerato il minore consumo di territorio che gli edifici alti consentono. Ma nemmeno questo va loro bene, perché il grattacielo è il simbolo della civiltà tecnologica e terziaria e l'ideale resta il quieto borgo rurale, con casette fra le viuzze polverose. Ma non vi è città importante del nostro secolo che non abbia intrapreso questo criterio nell'edificazione. I motivi sono complessi. Oltre alla necessità di sfruttare le aree vi è quella di concentrare le presenze, per ragioni organizzative e per risparmio di percorsi orizzontali, con inutile sviluppo di strade, di reti elettriche, idrauliche, fognarie, ecc. Ma si è sempre parlato anche di una componente psicologica nella scelta della costruzione dei grattacieli, e certamente si tratta di una seria osservazione. La costruzione alta, che sfida la forza di gravità e il tempo dei terremoti e degli uragani è un'opera che dichiara, senza possibilità di equivoco, un'unica presenza, quella dell'unicità umana, del suo orgoglio, della sua potenza e della sua sfida. Non avrebbe avuto tanto successo mitologico la torre di Babele né avrebbero avuto tanta dedizione economica e politica le piramidi del faraone. L'inutilità funzionale di queste strutture è significativa nel dimostrare la prevalente esigenza culturale e psicologica che le motiva. Il colosso di Rodi non era più utile della Tour Eiffel. Ma anche elementi minori hanno tratto origine dall'ostentazione della forza che, contro natura, è capace di erigere elementi verticali. Nella preistoria si ponevano emblemi dell'intelligenza umana sotto forma di pietre allungate, issate con immensi sforzi in verticale. La sfida della costruzione alta è una sfida ingegneristica e quindi dell'ingegno. E’ una competizione con le forze della natura e quindi anche confrontabile con la dimensione divina, la sola capace di elevare le montagne. Può trattarsi di un'impresa per materializzare l'immagine di Dio, per rendergli omaggio ma può anche essere Un tentativo di eguagliarne la potenza, come nella tragica impresa di Babilonia. Ma più semplicerriente può trattarsi dell'esigenza di esibire uno stato sociale, fatto di maggiore ricchezza e di particolare influenza. E’ questo, probabilmente il caso delle torri medievali. Trascurando le torri militari, si sa che molte famiglie costruivano, annesse alle proprie dimore, torri in gara d'altezza, che caratterizzano non solo la celebre S.Gimignano, ma anche Tarquinia, Pavia e qualche altra città. Un tempo le città erano caratterizzate da questi pinnacoli, poi scomparsi, sia per deficienze tecniche che le hanno fatte crollare, sia per destino di rivalsa rispetto allo stesso motivo che le aveva erette. Furono infatti spesso abbattute, proprio per avvilire le ambizioni di coloro che le avevano volute, da vincitori interni o esterni come avvenne in Brescia quando l'imperatore Arrigo VII finalmente riuscì a coronare. Le torri delle città hanno sempre costituito una parte del fascino urbano, distintive come erano della loro figura anche in lontananza. Chissà che uno dei motivi psicologici dei grattacieli non stia proprio in questo modello che le nuove civiltà, americana, australiana, giapponese, di Hong Kong o Singapore, hanno sempre visto con invidia culturale. L'archetipo della città nobile, cioè quella europea, era fatto di punte emergenti, torri e campanili. Non restava che imitarle, surclassandole con la strafottenza del cemento armato e dell'acciaio.
Anche Brescia fu città di torri. Alcune sono ancora evidenti e segnano il paesaggio dell'antica città, come la torre della Pallata e la Mirabella, che firma il volto bresciano a distanza. Chi entra in città trova poi la possente torre del Popolo, che ha segnato la vita civica dei bresciani per almeno 800 anni. Una torre di minore evidenza, detta Torre d'Ercole, si vede tutt'oggi all'angolo fra via Cattaneo e via Cereto, mentre di altre abbiamo solo alcuni brandelli poco espressivi. Così è per una torre che si trovava sull'angolo fra via Trieste e via Cereto, che si crede fosse della famiglia dei Camignoni. Un brandello di torre è anche all'angolo fra via Gabriele Rosa e via Trieste e un altro fra la stessa via e via Gambara. Ancora qualche pietra ricorda la torre che forse faceva parte delle mura medievali in via Porcellaga, sull'angolo con via IV Novembre, nei secoli successivi chiamata torre Teofila. I torrioni militari del Castello, da quello cosiddetto dei Prigionieri a quello dei Francesi, caratterizzano ancora il paesaggio Bresciano, affiancandosi ai baluardi dello stesso Castello e delle mura cittadine, come a Canton Mombello o alla Pusteria. Ma mille altre torri e torrioncini sono andati distrutti e a malapena se ne conserva la memoria. La città verticale è stata mortificata e solo qualche fondazione talora emerge negli scavi. Tutte demolite furono le torrette che ritmavano le mura cittadine, dai nomi curiosi come Oliva, Cisterna, Sole, Luna e Stelle. Si sa di torri che sorgevano nell'area di piazza Vittoria, presso il Monte di Pietà e anche di fronte a Porta Bruciata. Una torre viene ricordata anche sulle pendici del Cidneo, forse verso Est, chiamata torre Saranci, e un'altra a Rebuffone. Il loro ricordo si perde nella notte delle incerte notizie, mentre un rammarico ben più consistente sta nella perdita della torre, ben documentata, che svettava, in concorrenza con la torre del Popolo, in piazza del Duomo. Un improvvido intervento edilizio, ne provocò il disastroso crollo del 1708. Non era il campanile di Venezia né il teatro alla Fenice e nessuno si mise a sbraitare che si dovesse subito ricostruirla. Cosi rimanemmo con una torre sola nella piazza e, in compenso, con molte nuove torri, laggiù, nella city delle banche e della tecnologia.